Auschwitz, l’esperimento di Primo Levi

Auschwitz

«Si rinchiudano tra i fili spinati migliaia di individui diversi per età, condizione, origine, lingua, cultura e costumi e siano quivi sottoposti a un regime di vita identico per tutti e inferiore a tutti i bisogni: è quanto di più rigoroso uno sperimentatore avrebbe potuto istituire per stabilire che cosa sia essenziale e che cosa acquisito nel comportamento dell’animale-uomo di fronte alla lotta per la vita».
Così scriveva il chimico Primo Levi in uno dei passi più famosi di Se questo è un uomo, tratto dal capitolo «I sommersi e i salvati».  È la descrizione esatta di un «esperimento mentale», come quelli cui ci hanno abituato Galileo e Einstein, sostiene lo storico della scienza Massimo Bucciantini nel suo Esperimento Auschwitz (uscito ora per Einaudi in una pubblicazione bilingue legata al ciclo di Lezioni Primo Levi). Levi non avrebbe potuto concepire l’idea di un tale esperimento, e non avrebbe potuto descriverne i risultati con tale lucidità, se non fosse stato, prima che scrittore, scienziato.  Ma alla fine il risultato dell’esperimento fu chiaro. «Non siamo tutti uguali – scriveva Levi – abbiamo livelli di colpa diversi. Però siamo fatti della stessa stoffa. E un oppresso può diventare un oppressore. E spesso lo diventa. E questo è un meccanismo a cui si pone di rado mente».
Il Sole 24 Ore

Uso della lingua
quivi: qui. Levi utilizza  il linguaggio rigoroso e distaccato dello scienziato.
si pone di rado mente: pensare (porre mente) raramente (di rado).

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