Le storie dimenticate di Elsa Morante

La scrittrice romana Elsa Morante non era ancora adolescente quando scrisse i racconti pubblicati sul Corriere dei piccoli tra il 1933 e il 1937. Oggi quella collezione, dedicata ai bambini e spesso dimenticata, rivive grazie a un’esposizione particolare, “Edizione straordinaria! Elsa Morante e il Corriere dei piccoli”, in mostra nella “Casa della memoria e della storia” di Roma fino al 28 maggio. 
Sette le storie trasformate in cartoncino e colori: Il povero santino della bella chiesa; La storia dei bimbi e delle stelle; La storia di Giovannella; Paoletta diventò principessa; La casa dei sette bambini; Il soldato del re; e La casina che non c’è.  
“E’ un’esposizione che accoglie l’immaginario dei bimbi degli anni ’30 e aiuta i ragazzi a comprendere come vivevano i loro nonni,” spiega Daniera Mantarro, responsabile della biblioteca della “Casa della memoria”. “Solo grazie alla memoria possono comprendere il mondo contemporaneo.” La Repubblica.
Note culturali
Elsa Morante (1912-1985) è una grande scrittrice italiana. Tra i suoi romanzi più noti ci sono: L’isola di Arturo, e La storia.
Corriere dei piccoli, detto anche Corrierino era un notissimo giornalino per bambini. Era un supplemento settimanale del Corriere della sera e ospitava famose storie a fumetti, come quelle del Signor Bonaventura, simpatico personaggio creato dal disegnatore Sto, Sergio Tofano. Il Corriere dei piccoli è uscito dal 1908 al 1995.

L’arte della guerra

Il 24 e 25 gennaio scorso si è svolto a Roma un convegno su Machiavelli Il Pensiero della Crisi. Nicolò Machiavelli e il Principe – in onore del cinquecentenario dall’uscita del famosissimo trattato di Machiavelli, Il principe. Gabriele Pedullà, professore di letteratura italiana all’università di Roma III, ha introdotto il convegno con una conferenza su un altro testo di Machiavelli, Dell’arte della guerra, assai meno noto, ma molto significativo. L’intervento di Pedullà è uscito sul Manifesto. Ne riportiamo qualche brano.
“Apparsa a stampa nel 1521, l’Arte della guerra è la più ardua delle opere politiche di Niccolò Machiavelli. Non solo Machiavelli parla di una cosa che conosciamo poco e che non ci riguarda più (le pratiche militari classiche e di primo Cinquecento), ma ci chiede di seguirlo in discussioni assai minute sulla forma delle armi, l’ordine dell’esercito in battaglia, la disposizione dell’accampamento. … A conti fatti, l’Arte della guerra è un’opera «tecnica», dicono gli studiosi, e l’aggettivo porta in questo caso con sé una connotazione negativa, per tecnica intendendo la negazione della prospettiva politica.
È possibile però vedere le cose anche in maniera molto diversa, dando un valore positivo a questa parola. La nuova tecnicità dell’Arte della guerra ha implicato infatti da parte dell’autore un enorme sforzo a precisare, correggere, integrare le intuizioni di argomento affine già contenute nel Principe e dei Discorsi …
Probabilmente la maggiore novità dell’Arte della guerra nella storia della teoria bellica è il ruolo straordinario che nelle sue pagine viene attribuito alla dimensione tattica, ovvero al dispiegamento e ai movimenti delle truppe. Ma tattica, al di là dell’etimologia, vuol dire anzitutto una diversa scala operativa, più attenta ai modi in cui reagiscono in battaglia le piccole unità e in cui la loro capacità di reazione e di coordinamento condiziona l’esito dello scontro. Il Manifesto.

Gli italiani e il loro passato

A proposito dei bestseller di Dan Brown sul Codice Da Vinci o sull’Inferno di Dante, l’editorialista della Stampa Massimo Gramellini si chiede,
“Perché i miti del passato italiano affascinano gli scrittori e i registi stranieri, ma non i nostri? Per quale ragione il passato che affascina e stimola la curiosità e l’ammirazione di turisti cinesi e best-selleristi americani ci risuona così pigro e indifferente? Perché rifiutiamo di essere il gigantesco museo a cielo aperto, arricchito da ristoranti e negozi a tema, che il mondo vorrebbe che fossimo?”

E dà questa risposta,
“L’antica Roma e il Rinascimento, incanti da esplorare per chi vive al di là dell’Oceano, per noi che ci abitiamo in mezzo si riducono a scenari scontati: le piazze del Bernini sono garage e il Colosseo uno spartitraffico. O è la scuola che, facendone oggetto di studio anziché di svago, ci ha reso noioso ciò che dovrebbe essere glorioso. Ma forse … la scuola c’entra relativamente: siamo noi che, per una sorta di imbarazzo difficile da spiegare, ci ostiniamo a fuggire dai cliché – sole, ruderi, arte e buona tavola – a cui il mondo vuole inchiodarci per poterci amare e invidiare.

L’Italia capitale universale della bellezza e del piacere è l’unico Paese che può scampare al destino periferico che attende, dopo duemila anni di protagonismo, la stanca Europa. Ma per farlo dovrebbe finalmente accettare di essere la memoria di se stessa. Serve una riconversione psicologica, premessa di quella industriale. Serve un sogno antico e grande, mentre qui si continua a parlare soltanto di spread”.  La Stampa.

Uso della lingua e note culturali
si riducono, ridursi: diminuire di valore
inchiodare, in senso figurato significa fissare, bloccare
scampare, fuggire a un pericolo
Bernini,  è stato uno scultore, architetto e pittore italiano, nato a Napoli nel 1598 e morto a Roma nel 1680. Tra le sue numerosissime opere c’è Piazza San Pietro di Roma.

Arrivano gli Sposi promessi

C’è piacere, insoddisfazione, eroismo e anche una forte dose di nevrosi e masochismo nello sforzo immane che Alessandro Manzoni profonde elaborando all’infinito il suo capolavoro. Da quando cioè, il 24 aprile 1821, si mette all’opera per quelli che saranno quasi vent’anni dopo, attraverso numerosi ripensamenti, I promessi sposi definitivi del 1840. È dunque un’impresa storica l’edizione critica che Dante Isella avviò negli anni 70 e che dopo la prima tappa del Fermo e Lucia (2006) vede ora uscire la cosiddetta «seconda minuta», nota con il titolo Gli sposi promessi (due tomi a cura di Barbara Colli e Giulia Raboni), che porterà alla prima edizione 1827, presso Ferrario. Questa fase intermedia del lavoro manzoniano, nella sua complessità, vede la luce per la prima volta.
Ne viene fuori non solo un quadro filologico molto interessante, ma la personalità di uno scrittore tormentato, contraddittorio e autoironico, ossessivo e aperto alla collaborazione con altri, inesauribile nel rinnovarsi. Un carattere sperimentale, pronto a raccogliere sfide nuove e insieme preoccupato di comunicare con il proprio tempo. Insomma, tutto l’opposto di quel che ne ricaviamo dalle letture scolastiche, che trasmettono l’idea di un bacchettone. Corriere della Sera.

Con questo rimando ad Alessandro Manzoni e al suo bellissimo romanzo I promessi sposi – una meravigliosa lettura per le vacanze natalizie – vi auguriamo Buon Natale e Felice Anno Nuovo.

Arrivederci al 2013!

Dante Everyman

In un bell’articolo sul Domenicale, l’inserto culturale del Sole 24Ore, Carlo Ossola, docente di letteratura italiana all’università di Torino, sembra quasi rispondere a quella commissione che consigliava di non far leggere Dante nelle scuole, perché antisemita, islamofobo, ecc. (v. Italian News Clicks del 15 marzo scorso). Ossola sostiene che la critica recente tende a pensare la Divina Commedia non tanto come un viaggio di Dante a Beatrice, ma a “ritornare a una ipotesi già avanzata dal Boccaccio e dai primi commentatori e ripresa nel Novecento da Ezra Pound: «In un senso ulteriore è il viaggio dell’intelletto di Dante attraverso quegli stati d’animo in cui gli uomini, di ogni sorta e condizione, permangono prima della loro morte; inoltre Dante, o intelletto di Dante, può significare “Ognuno”, cioè “Umanità”, per cui il suo viaggio diviene il simbolo della lotta dell’umanità nell’ascesa fuor dall’ignoranza verso la chiara luce della filosofia» (E. Pound, Dante, in Lo spirito romanzo, 1910).  … Così dunque, in questa quotidiana coralità di Everyman, è da proporre al XXI secolo la Divina Commedia, bene comune non dell’Italia soltanto, ma dell’umanità intera; e sempre così è stata intesa, dai primi commentatori al Boccaccio, come il poema al quale bussare e attingere per avere accoglienza, ospitalità, conforto. Lo testimonia ancora, al portale di un palazzo di Cannaregio il battente dantesco, e i tanti uomini che in nome di Dante, e leggendo il suo poema, hanno sfidato la barbarie, da Osip Mandel’štam a Primo Levi. Ogni giorno, Dante è davvero tutti noi.   Sole 24Ore.

Note culturali

In questo articolo sono nominati – ed evidenziati – vari scrittori di tutto il mondo.  Vi invitiamo a fare una ricerca sull’importanza che Dante ha avuto per loro.

Dante antisemita e islamofobo

La Divina Commedia deve essere tolta dai programmi scolastici: troppi contenuti antisemiti, islamofobici, razzisti ed omofobici. La sorprendente richiesta arriva da «Gherush92», organizzazione di ricercatori e professionisti che gode dello status di consulente speciale con il Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite e che svolge progetti di educazione allo sviluppo, diritti umani, risoluzione dei conflitti.
«La Divina Commedia – spiega all’Adnkronos Valentina Sereni, presidente di Gherush92 – pilastro della letteratura italiana e pietra miliare della formazione degli studenti italiani presenta contenuti offensivi e discriminatori sia nel lessico che nella sostanza e viene proposta senza che via sia alcun filtro o che vengano fornite considerazioni critiche rispetto all’antisemitismo e al razzismo». Corriere.

Note di cultura
L’articolo prosegue facendo numerosi esempi. Vi invitiamo a leggerne alcuni e a discuterne.