A scuola i nostri figli non imparano a scrivere in italiano

 

Bimbo-che-scrive Dall’indagine che questo articolo descrive emerge che “Secondo le mamme  italiane a scuola (in Italia) non si impara l’italiano. Troppa letteratura, poca lingua parlata, «questa materia va rivista perché bisogna che alla fine del percorso i ragazzi possano saper scrivere correttamente». Lo pensa quasi una mamma su due (il 45%) secondo l’indagine condotta da Libreriamo, la piazza digitale fondata dal sociologo Saro Trovato, che ha coinvolto circa 800 mamme italiane tra i 30 e i 60 anni, in una ricerca condotta con il metodo WOA (Web opinion analysis).

Per sapere di più sui risultati dell’indagine cliccate su: Corriere.it

Attività culturali

Temi per la discussione

Cerca nell’articolo la risposta a queste domande.

  1. Quante mamme hanno partecipato a questa ricerca?
  2. Quali materie dovrebbero essere, secondo le mamme, insegnate di più a scuola?
  3. Le mamme pensano che l’insegnamento nella scuola attuale è troppo pratico o troppo teorico?
  4. Insegnare la letteratura nelle ore di italiano aiuta gli studenti a amare la lettura?
  5. Che aggettivo usano le mamme quando descrivono gli edifici scolatici?
  6. Cosa pensano dell’insegnamento delle lingue straniere?
  7. Quale critica rivolete al metodo dell’indagini il Lettore_2801508?

 

Di tutto un Post-

postIl Post– ci insegue, ci bracca. Ci definisce. Noi, forse, non siamo semplicemente noi: siamo i post-qualcun altro, attraversiamo un tempo o esperienze che sono post-qualcos’altro. Non ci bastiamo, persino. È forse una delle condanne della contemporaneità, questa: l’incapacità o l’impossibilità di definirci per quello che siamo, optando per una posizione subalterna rispetto a realtà che sono già codificate….

L’articolo propone diversi usi del prefisso “post” in diverse discipline, come per esempio, nell’arte:  In principio fu il postimpressionismo. Poi il postcolonialismo, il postminimalismo, il postmodernismo. E ancora: il postclassicismo, il postdecostruttivismo. Infine, il postpicassismo: una tendenza che è al centro di una mostra recentemente inaugurata presso il Museo Picasso di Barcellona, che documenta l’influenza esercitata da Picasso su alcuni protagonisti dell’arte contemporanea (da Basquiat a Cattelan). Dunque, il Post-. Un prefisso che, da circa un secolo e mezzo, contagia l’arte. Vincenzo Trione,
Corriere della Sera.

Attività culturali

Uso della lingua

Nell’articolo il prefisso “post” identifica anche una crisi di identità del mondo contemporaneo. Cercate di spiegare in che modo, usando alcuni dei termini qui proposti: definire, subalterno, incapacità, impossibilità.

Leggete tutto l’articolo. In esso si parla di altri prefissi che recentemente sono diventati di moda, come “de-” o “neo-“. Cercate altri esempi, anche nella vostra lingua, di questa tendenza a usare i prefissi per definire tendenze culturali e trovate a quali esigenze – psicologiche, antropologiche, sociali – rispondono.

In questo post abbiamo scelto l’immagine originale dell’articolo, ma che rapporto ha con il contenuto, secondo voi?

Le “tossine grammaticali” della lingua italiana

Vi consigliamo di guardare il divertente video di Carlotta
e della sua crociata contro il “piuttosto che” all’interno dell’articolo.

Valeria Della Valle e Giuseppe Patota, due linguisti italiani, sostengono che la lingua italiana parlata ai nostri giorni è piena di “tossine grammaticali”, modi di dire o espressioni, che sono entrate nel lessico comune, ma che fanno a pugni con la correttezza e la sensibilità linguistica. Per evidenziare la loro tesi hanno raccolto in un manuale ben 300 “cose da non dire ed errori da non fare”. E se è assodato che il famoso congiuntivo, regola prima della sintassi, compare ormai ben di rado sui giornali, nei blog e nelle chat, e se politici e personaggi pubblici lo ignorano nelle interviste radiofoniche o televisive, questa volta Della Valle e Patota concentrano la loro attenzione su un elenco infinito di scivoloni comunicativi. Da quel facci al posto di faccia, reso famoso dal ragionier Ugo Fantozzi in un suo film del 1975, con il suo celeberrimo facci lei…, al mancato uso dell’accento sulla terza persona del verbo dare. Raggruppati in ordine alfabetico, gli errori più diffusi, sono seguiti dal modo corretto di dire e da citazioni di quanto scritto o detto dai personaggi colti in fallo. Perché, avvertono gli autori, mentre non è lecito né opportuno infierire su chi, per umile estrazione, non ha dimestichezza con la lingua italiana, è giusto fare le bucce a chi di comunicazione vive e si serve. LaRepubblica
Uso della lingua
tossina: sostanza tossica e velenosa che attacca e corrompe l’organismo.
fare a pugni: usato in senso figurato con il significato di “contrastare o essere in contrasto.
ben: quando è usato davanti ad un numero ne enfatizza la quantita’.
scivolone: significa caduta. Anche in questo caso è usato in senso figurato con il significato di grave errore
fare le bucce: è un’espressione figurata di origine toscana che significa criticare, ma piu’ esattamente: “esaminare accuratamente il lavoro altrui per vedere se sotto la “buccia” è tutto in ordine ” . In altre parti d’Italia si dice “fare le pulci”.

Note culturali
Il Ragionier Ugo Fantozzi: E’ un personaggio comico nato nel 1968 e impersonato da Paolo Villaggio. Il personaggio è quello del perdente (loser), uomo mediocre ma indistruttibile perché come spiega lui stesso alla moglie Pina “io sono il più grande “perditore” di tutti i tempi. Ho perso sempre tutto: due guerre mondiali, un impero coloniale, otto – dico otto! – campionati mondiali di calcio consecutivi, capacità d’acquisto della lira, fiducia in chi mi governa… e la testa, per un mostro e per una donna come te. »

Lessico dei tempi feroci

La denuncia del giornalista Ilvo Diamanti del dilagare della volgarità
e della parolaccia nell’attuale scena politica italiana, è condivisa da molti
oggi in Italia. (Bloog)

“I politici della Prima Repubblica” ricorda Diamanti, “erano incomprensibili. Il linguaggio era fatto apposta per non essere compreso. Se non da loro. Al loro interno. Messaggi cifrati. Obliqui. Paralleli. I cittadini, d’altronde, non se ne occupavano troppo. I discorsi politici e dei politici: non li interessavano…Tuttavia, la società non era estranea al contesto politico.  I “rappresentanti” riflettono la società e la società vi si riflette. Almeno in parte. E il linguaggio ne era lo specchio. Così, le persone parlavano in modo “educato”. In pubblico. Le parolacce non erano ammesse.

Oggi, anzi, da almeno vent’anni: la scena è cambiata. I politici sono impopolari come prima, più di prima. Ma nessuno si fa scrupolo a dirlo. Neppure i politici. I quali si fanno schifo e se lo dichiarano reciprocamente…Il vetro che separava i politici dalla società e la società dai politici: si è rotto. Certamente, almeno, dal punto di vista della comunicazione e del linguaggio.  Gli “eletti” fingono di essere come il “popolo”. Per imitare il “volgo” cercano di essere “volgari”. E ci riescono perfettamente. Senza fatica. Perché spesso sono peggio di loro. Nei comportamenti e nelle parole. Hanno trasformato il Parlamento e la scena politica in un luogo dove non esistono limiti né regole. Ai discorsi, al linguaggio.
“E se le parole servono a “rappresentare” la realtà,” conclude Diamanti “se il linguaggio è rappresentanza, io, oggi, non mi sento rappresentato. In questa “Repubblica a parole” (o meglio: “a parolacce”), mi dichiaro prigioniero politico. In questi tempi cattivi, sempre più feroci, mi avvalgo della facoltà di non rispondere. Repubblica
Note di cultura
Prima Repubblica: il sistema politico vigente in Italia tra il 1948 e il 1994, data delle elezioni in cui apparve per la prima volta sulla scena politica Berlusconi, e che segno’ la nascita del bipolarismo politico.
Non si tratto’ di un vero e proprio cambiamento di regime ma di un profondo mutamento del sistema partitico e del  ricambio di parte dei suoi esponenti nazionali.
Oggi stiamo assistendo a qualcosa di simile.
Le parolacce della scena politica
“ce l’ha duro” “Forza gnocca””Cavalieri arrapati” “Culone inchiavabili”.”vaffanculo”, sono solo alcuni esempi del linguaggio a cui la politica ci ha abituato. Siamo imbarazzate di presentarle ai nostri lettori stranieri, ma purtroppo fanno parte dell’attuale scenario culturale italiano.

Le parole del giornalismo

Inciucio: in questi giorni questo termine si trova spesso sui giornali. Qualche esempio:
Grasso: «L’accusa più infamante? L’inciucio col potere», l’Unità del 25 marzo.

Quelli che…se c’era Renzi inciucio con Berlusconi, Il Fatto, 24 marzo.
Bersani e il partito dell’inciuci, Il Foglio, 23 marzo. 

Secondo wikipedia “Il termine inciucio deriva dall’espressione dialettale napoletana ‘nciucio che significa spettegolare parlando fitto ed a bassa voce. È di origine onomatopeica, richiama il ciu-ciu che si percepisce dal chiacchiericcio di due persone.
È di recente entrato a far parte dell’italiano gergale del giornalismo politico per indicare un accordo sottobanco, un compromesso riservato tra fazioni formalmente avversarie, ma che in realtà attuano, anche con mezzi ed intenti poco leciti, una logica di spartizione del potere.

Il termine è entrato anche nel dizionario della lingua italiana Devoto-Oli, che lo definisce così: pettegolezzo, intrigo, maneggio. Nel linguaggio giornalistico , compromesso, pateracchio. Voce onomatopeica napoletana, 1995.
E … pateracchio, che significa? Accordo, per lo più a un matrimonio oppure con intonazione scherzosa, talvolta suscettibile di una sfumatura equivoca. Pasticcio, affare equivoco. Etimo incerto, 1734.

C’è chi twitta e chi twittisce

I due verbi non sono sinonimi: il primo indica quelli che in 140 battute scrivono qualche contenuto interessante, il secondo a quanti sulla tastiera battono sciocchezze o fatti loro.
Ormai sembra che i giornalisti non riescano a scrivere un pezzo senza infilare un riferimento a quello che succede sul sito dell’uccellino.
Un’amica racconta che le è stato chiesto: «Si dice twitto o twittisco?». Domanda illuminante: ma certo, si può dire in entrambi i modi! D’ora in poi si dovrà distinguere il twittare e il twittire, così come l’arrossare (rendere rosso: il tramonto arrossa il cielo) e l’arrossire (diventare rosso: arrossisco per la vergogna).
Twittare, è quando si ha qualcosa da dire; twittire, quando ci si twitta addosso. Con la preziosa indicazione che il personaggio dei cartoons che noi chiamiamo Titti in originale si chiama Tweety. Impariamo da lui: oltre a cinguettare, pensiamo anche a scappare dal gatto.
L’Espresso

Uso della lingua
battuta: carattere lettera o spazio battuto su una tastiera (character)
ci si twitta addosso: twittarsi addosso è un’assonanza di “parlarsi addosso” che significa dire cose futili e di nessun interesse per gli altri.

Hikikomori entra nel vocabolario italiano

Tra i neologismi del nuovo Zingarelli 2013 colpisce l’acquisizione ufficiale nel lessico quotidiano del termine Hikikomori. Solamente pochissimi anni fa quasi nessuno ne conosceva il significato, proprio perché si riferiva a una realtà adolescenziale relegata unicamente alla società giapponese.  
L’Hikikomori (indica appunto lo stare in disparte, l’isolarsi) è un ragazzo che volontariamente vive recluso nella propria camera da letto, rifiutando ogni contatto con amici e familiari e passando le proprie giornate davanti a un computer connesso in rete. Spesso vive come un clochard tra i propri rifiuti, di giorno dorme oscurando le finestre, la notte è impegnato, con altri suoi simili, sui social network o in interminabili sessioni multiplayer. I primi casi accertati di sospetti Hikikomori furono segnalati in Italia tre anni fa, si pensava che il fenomeno dei reclusi volontari in camera da letto fosse un esito della cultura e società giapponese, ma invece anche nel nostro paese fenomeni analoghi cominciarono a destare preoccupazione. La Stampa.

Uso della lingua
neologismo, termine introdotto di recente nella lingua
Zingarelli, è il nome di un noto dizionario italiano
clochard, è un sostantivo francese entrato nel lessico comune italiano; significa barbone, vagabondo.
Si noti la colorita mescolanza di lingue di questo breve articolo.

Mamma, ti sfotto su Twitter

Ad una settimana dalla festa della mamma,
proponiamo un articolo scherzoso che viene proprio da quei grandi “mammoni” che sono i ragazzi italiani. Cosi’ “mammoni” che anche “sfottere” la mamma fa parte dell’affetto.
L’articolo parla di un gioco che ha girato in questi giorni su “Twitter, battezzato con l’hashtag #10 migliori citazioni di mia madre. Da cui si è tratto uno spaccato ironico delle mamme italiane nel 2012, tra passato e presente, comunque sempre preoccupate per la loro creatura (anche se questa magari ha superato il mezzo secolo di vita).”
Troverete delle frasi classiche come «Questa casa non è un albergo», «Levati i capelli dagli occhi», «Non sei grasso, sei robusto» e «Finché stai in questa casa, fai come dico io», e altre più attuali come: «Sempre co’ sto iPad stai!».
E’ evidente dalle citazioni riportate, che Twitter ha fatto veramente il giro dell’Italia intera perche’ in molte frasi si ritrovano delle intonazioni dialettali come “co’sto” IPad, oppure ” «Sei sporco come un baston da pollaio». (Corrado Formigli), «Sempre grandioso sto’ figlio mio». (Federico Mello), «Qua non passare, sta bagnato!». (awesome instaed)>
Sarebbe interessante per i nostri giovani lettori internazionali confrontare queste frasi con quelle delle loro mamme. Sono uguali le mamme del mondo? Mandateci le vostre frasi!
L’Espresso

Uso della lingua
sfottere: è una modo gergale di dire ridere di qualcuno o prendere in giro.
spaccato: l’immagine di un oggetto dall’interno come se fosse stato tagliato.
creatura: la propria creatura significa il proprio figlio o figlia
co’ sto’: invece di “con questo”.
essere sporchi come un bastone da pollaio: è un’espressione toscana che si riferisce al bastone con cui si mescola il pasto delle galline.
sta bagnato: stare invece di essere si usa comunemente nel sud inclusa Roma.



Le parole scomparse dall’italiano

C’era una volta un “panurgo”. Cosa sara’ mai un panurgo?
Se cerchiamo questa parola in un qualsiasi dizionario di oggi non la troveremo. Eppure qualche decennio fa era in uso.
Sabrina D’Alessandro, nel suo saggio intitolato  “Il libro delle parole altrimenti smarriite”  si è messa sulle tracce di queste misteriose parole, non per una pura ricerca filologica, ma  allo scopo di “Restituire al nostro immaginario la forza di un tempo, per ridare vigore al nostro vocabolario quotidiano, sempre più misero e pigro.
D’Alessandro, creatrice dell’Ufficio Resurrezione Parole Scomparse, sostiene, per esempio, che  “Qualche decina di anni fa della casta avremmo detto: “politici falopponi, gagaroni, panurghi!“. Ovvero: boriosi, vanesi, imbroglioni.
«De Amicis » scrive la D’Alessandro, «diceva che certe idee non ci verrebbero neanche in mente se non ci fossere i termini con cui esprimerle. Ed è questo per me il potere fondamentale delle parole». Così, di fronte a un italiano sempre più piatto e costante, D’Alessandro ha scelto di riportare in vita voci affascinanti e inconsuete.

L’Espresso

Uso della lingua

mettersi sulle tracce: investigare
casta: una categoria di persone privilegiate. Nel gergo odierno si riferisce al mondo dei  politici.
faloppone = borioso (haughty, arrogant, bumptious.)
gagarrone = vanesio (vain, foppish, conceited)
panurgo = imbroglione (cheat, dodger, crook, swindler, trickster.) 

Note culturali

De Amicis: l’autore del libro Cuore, dall’800 ad oggi uno dei testi piu’ popolari della letteratura italiana per ragazzi.

Accumulatori digitali

Siete degli accumulatori digitali? Per scoprirlo rispondete a queste domande proposte da Beppe Servegnini.

1) Conservate tutte le email spedite e ricevute?
2) Il numero dei vostri contatti Skype, sommato a quello degli amici su Facebook e dei follow su Twitter è pari agli abitanti del Molise?
3) Cancellare documenti vi provoca piccoli disturbi psicosomatici?
4) Le vostre fotografie sono distribuite su quattro piattaforme (telefono, iPad, portatile, computer fisso)?
5) Lo schermo del vostro computer, affollato di microscopiche icone, sembra un cimitero di guerra in cui non sapete trovare la lapide?
6) In ogni tasca, cassetto o borsa tenete almeno una chiavetta Usb? E non avete idea di cosa ci sia dentro?
7) Avete esaurito nomi di figli/animali domestici e, per le vostre moltissime password, dovete ispirarvi ai protagonisti dei recenti scandali?
8) Impiegate più tempo a cercare un documento che a scriverlo di nuovo?
9) Copiate tutte le foto su dozzine di Cd, e li numerate usando sempre lo stesso pennarello indelebile?
10) Infine: conservate floppy disk, dicendo che potrebbero interessare ai vostri figli?

Se tre o più risposte sono affermative, cominciate a preoccuparvi. Corriere della Sera.

Uso della lingua

Accumulatore digitale: è uno dei rarissimi casi in cui l’espressione inglese “digital hoarder”, è stata tradotta. In questo caso da Beppe Severgnini; la sua traduzione verrà accettata dalla lingua corrente? Lo vedremo.