“L’Italia non ci vuole, non si vanti dei miei risultati”

AamY5OCdOltre al danno, la beffa. E a questa, proprio non ci sta. Roberta D’Alessandro, una ricercatrice italiana che si è trasferita in Olanda per vivere e lavorare, stavolta non riesce a ingoiare il rospo e, usando Facebook, ha deciso di rivolgersi direttamente alla ministra dell’Istruzione, Stefania Giannini, per togliersi un doloroso, più che fastidioso, sassolino dalla scarpa. “Ministra, la prego di non vantarsi dei miei risultati. La mia ERC e quella del collega Francesco Berto sono olandesi, non italiane. L’Italia non ci ha voluto, preferendoci, nei vari concorsi, persone che nella lista degli assegnatari dei fondi ERC non compaiono, né compariranno mai”. Inizia così il post di D’Alessandro, ripreso e pubblicato sul sito della Stampa, nel quale la ricercatrice chiede con decisione alla ministra di evitare di ostentare un risultato non suo. La Repubblica

Usi della lingua
Osservate quante metafore e usi idiomatici della lingua si concentrano in queste poche righe.
Il linguaggio dei nostri giornali può essere uno strumento impareggiabile per cogliere lo “spirito” italico

Oltre al danno la beffa: È un ‘espressione molto comune che significa “Che qualcuno che è vittima di un danno è anche preso in giro da chi glielo ha causato. La versione popolare e dialettale di quest’espressione è “Cornuto e mazziato”.
non ci sta: non accetta
ingoiare un rospo: è un modo di dire che  significa: accettare, anche di malavoglia, situazioni difficili e spiacevoli. L’espressione ha diverse etimologie. Una delle possibili è che derivi dalla difficile digestione che provoca nel serpente il mangiare un rospo.
togliersi un sassolino dalla scarpa: significa liberarsi di un peso o di un fastidio.
ERC:  European Research Council https://erc.europa.eu/consolidator-grants/italian

Un’università di anziani

docentiIn Italia abbiamo un record che non ci fa onore: abbiamo i docenti più anziani del mondo.

L’istantanea che il Miur consegna, ricavata dalla Banca dati dei docenti di ruolo 2014, è disarmante: su 13.263 professori ordinari, i titolari di cattedra in atenei statali con meno di 40 anni sono solo sei. E il trend è impietoso: l’innalzamento dell’età media, in Italia, prosegue da 25 anni. Dal 1988 al 2013 l’età è aumentata di sei anni, raggiungendo quasi i 52 anni: per gli ordinari la media è di 59 anni, 53 per gli associati, 46 per i ricercatori, secondo l’ultimo Rapporto Anvur sullo stato del sistema universitario e della ricerca. E se la presenza delle donne è cresciuta, passando in 25 anni da 26 a 36 ogni 100 docenti (ma tra gli ordinari la percentuale è del 21 per cento), dal 2008 al 2013 la riduzione dei ricercatori ha penalizzato anche loro.

I magnifici sei, gli unici ordinari under 40, che “l’Espresso” è riuscito a individuare, sono tutti maschi. Tutti nati nel 1976. Insegnano a Palermo, a Sassari, a Napoli, a Messina e a Bologna, quasi esclusivamente discipline economico-giuridiche. Nella metà dei casi hanno seguito una tradizione di famiglia. All’unanimità ammettono: «Siamo solo i più fortunati». Sabina Minardi, L’Espresso.

Note di cultura

Nel sistema universitario italiano, si distinguono i seguenti ruoli accademici: professore ordinario (o professore di I fascia) che equivale al Full Professor americano; professore associato (o professore di II fascia), Assistant Professor; e il ricercatore, il livello meno avanzato. A tutte queste posizioni si accede attraverso un concorso, cioè un esame statale.

Miur: Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca.

Anvur: L’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca

Attività didattica

Leggere attentamente l’articolo e poi rispondere alle seguenti domande:

  1. Come si chiama l’Università di Roma?
  2. Quale disciplina ha una grande tradizione in Italia?
  3. Qual è la novità annunciata dal Primo Ministro Renzi?
  4. Cosa si dice dei dottorati?

 

Occupazione giovanile

lavoroPurtroppo i dati sono sconfortanti. “L’Italia è l’ultimo paese dell’area Ocse per occupazione giovanile: appena il 52,8% dei giovani tra i 25 e i 29 anni ha un’occupazione, contro una media pari nell’area al 73,7%. È quanto emerge dal rapporto dell’organizzazione di Parigi `Oecd skills outlook 2015´, dedicato alle problematiche dell’occupazione giovanile. … Ma non solo. In Italia aumentano anche i giovani inattivi, i cosiddetti «Neet», che non sono nè occupati, nè a scuola o in formazione. «Il nodo di fondo – sottolinea il rapporto – è la scarsa occupabilità dei giovani, perchè magari non hanno le competenze richieste dal mercato del lavoro o non possono usarle in modo produttivo». Sotto questo profilo, l’Italia, dove la disoccupazione giovanile è oltre il 40%, l’abbandono scolastico tra i più alti e la preparazione spesso insufficiente, è a fondo classifica”. Redazione Economia, Corriere della Sera.

Proposte didattiche

L’articolo è pieno di numeri, dati, statistiche, percentuali; di termini che appartengono all’ambito dell’economia, del lavoro, della scuola e della formazione. Divertitevi a selezionarli e a confrontarli con dati e informazioni analoghe pertinenti al vostro paese.

Processo al Liceo classico

processo al liceoQualche giorno fa al Teatro Carignano di Torino si è fatto il processo al liceo classico. L’accusa era di essere antiquato, di non servire più.

“A sostenere l’accusa l’economista Andrea Ichino, dell’European University Institute, secondo cui il liceo classico non prepara meglio dello scientifico i giovani che puntano ad affrontare studi universitari scientifici o che vogliono entrare in atenei prestigiosi a numero chiuso, non solo ma chi intraprende studi umanistici rischia di avere una visione parziale della realtà. Il difensore del liceo classico è stato invece Umberto Eco, che con una boutade ha proposto di eliminare il liceo scientifico. E da subito la discussione si è polarizzata tra sostenitori del liceo scientifico e fan del classico”. Repubblica. Vedi anche Letizia Tortello, La Stampa.

Alla fine il liceo classico è stato assolto perché “il fatto non sussiste”, ma tutti si sono detti d’accordo che debba essere riformato.

Proposte didattiche

Per leggere i giornali effettivamente serve un po’ di dimestichezza con il linguaggio giuridico. Vi invitiamo a leggere entrambi gli articoli segnalati e a trovare tutti i vocaboli che appartengono a questo campo lessicale.

Note culturali

Il liceo classico e quello scientifico sono i pilastri dell’istruzione secondaria italiana. In entrambi i licei si studia il latino, mentre nel liceo classico si studia anche il greco antico. Secondo voi, quali possono essere i vantaggi – nel mondo moderno – di studiare lingue che ormai non si usano più?

A scuola i nostri figli non imparano a scrivere in italiano

 

Bimbo-che-scrive Dall’indagine che questo articolo descrive emerge che “Secondo le mamme  italiane a scuola (in Italia) non si impara l’italiano. Troppa letteratura, poca lingua parlata, «questa materia va rivista perché bisogna che alla fine del percorso i ragazzi possano saper scrivere correttamente». Lo pensa quasi una mamma su due (il 45%) secondo l’indagine condotta da Libreriamo, la piazza digitale fondata dal sociologo Saro Trovato, che ha coinvolto circa 800 mamme italiane tra i 30 e i 60 anni, in una ricerca condotta con il metodo WOA (Web opinion analysis).

Per sapere di più sui risultati dell’indagine cliccate su: Corriere.it

Attività culturali

Temi per la discussione

Cerca nell’articolo la risposta a queste domande.

  1. Quante mamme hanno partecipato a questa ricerca?
  2. Quali materie dovrebbero essere, secondo le mamme, insegnate di più a scuola?
  3. Le mamme pensano che l’insegnamento nella scuola attuale è troppo pratico o troppo teorico?
  4. Insegnare la letteratura nelle ore di italiano aiuta gli studenti a amare la lettura?
  5. Che aggettivo usano le mamme quando descrivono gli edifici scolatici?
  6. Cosa pensano dell’insegnamento delle lingue straniere?
  7. Quale critica rivolete al metodo dell’indagini il Lettore_2801508?

 

In Italia i prof più vecchi del mondo.

Nel nostro paese il 62% degli insegnanti ha più di 50 anni. Colpa anche del rialzo dei limiti
d’anzianità per ottenere la pensione e della mancanza di un ricambio generazionale.
Solo 27 docenti su mille hanno meno di 30 anni. “Nel 2014 per la pensione di vecchiaia – spiega il leader dell’Anief – serviranno 63 anni e 9 mesi di età; per quella anticipata servirà un’anzianità contributiva di 41 anni e 6 mesi, ma rispetto a pochi anni fa lascia il servizio meno della metà degli insegnanti e Ata: siamo quasi al blocco del turn over”. Gli ultimi dati forniti dall’Ocse nel rapporto Education at a glance 2013 non lasciano spazio a molti dubbi. Le aule italiane ospitano gli insegnanti più canuti dei 32 paesi censiti dall’Ocse. Un vero e proprio record che, se non interverranno modifiche alla legge Fornero, sarà difficile strappare al Belpaese anche nei prossimi anni. Secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, in Italia nel 2011 62 insegnanti su cento avevano già festeggiato i 50 anni, mentre i giovani docenti in cattedra erano una rarità: appena lo 0,27 per cento. In altre parole, 27 su mille. Repubblica

Note di cultura
legge Fornero: La riforma delle pensioni Fornero detta anche Riforma Fornero, (dal nome del ministro che l’ha proposta) è una riforma previdenziale delle assicurazioni sociali obbligatorie, approvata il 6 dicembre 2011, e votata dalla coalizione di partiti che sostenevano il governo Monti, composta da PD, PDL, Unione di Centro e Futuro e Libertà per l’Italia e altre liste minori.

Spazio alla grammatica
I numeri. Questo articolo si presta bene a praticare e rinforzare l’uso dei numeri in italiano. Potrebbe fornire il testo per un esercizio di ascolto e comprensione, o semplicemente di lettura e pronuncia.

 

Addio cultura umanista per i ragazzi non ha senso

Finita, esaurita, muta, forse non proprio morta e sepolta ma di sicuro messa in cantina tra le cose che non servono più: la cultura umanista sembra aver concluso il suo ciclo..
Finito, possiamo mettere una pietra sopra alla filosofia greca, alla potenza e all’atto, alla maieutica e all’iperuranio, alla letteratura latina, alla poesia italiana da Petrarca a Luzi, al pensiero cristiano e a quello rinascimentale, con le loro differenze e le loro vicinanze, ai poemi cavallereschi e agli angeli barocchi, all’idealismo tedesco e al simbolismo francese, a Chaplin e Bergman, Visconti e Fellini: è tutto precipitato giù per le scale buie della cantina. Questo scrive su Repubblica Marco Lodoli.

Ma non  è di questa opinione un’insegnante della campagna veneta che ribatte, “Ma il nostro lavoro è proprio questo. Loro (gli studenti) ci vedono come dei vecchi catorci insopportabili che raccontano di gente morta da secoli e pallosa. Sta a noi dimostrare che no. Fargli capire, fonti alla mano, che metà di quello che leggono oggi ha radici antiche: e allora via, prendere il testo di Harry Potter e fargli scoprire che il Basilisco non l’ha inventato la Rowlings, ma è il protagonista di una favola spietata e bellissima di Leonardo da Vinci; che Conan Doyle, quando inventava i racconti di Sherlock Holmes con Irene Adler (sì, quelli del film, avete presente?) copiava da un autore greco, Pausania. E poi leggere i Promessi Sposi, e costringerli, recitandoglieli come una commedia goldoniana, a prendere atto che sono divertenti, sono comici, pieni di colpi di scena e hanno un montaggio mozzafiato che dovrebbe essere studiato dagli sceneggiatori di telefilm.”
Invitiamo i nostri lettori a mettere a confronto questi due punti di vista e a leggere anche la discussione che ne è seguita e i commenti di insegnati e studenti. L’Espresso

Uso della lingua
mettere una pietra sopra: un’espressione idiomatica che significa dimenticare
catorcio: un oggetto vecchio e mal ridotto,  un rottame: Esempio: quella macchina è diventata un catorcio
palloso: un modo volgare ma molto comune tra i ragazzi per dire noioso.

Dacia Maraini a Harvard

La nota scrittrice Dacia Maraini sta scrivendo per Il Corriere della Sera una serie di articoli sugli USA, Boston e le sue università. Riportiamo i colloqui avuti con alcuni docenti di italiano di Harvard.

Il professore Francesco Erspamer, direttore degli Studi di Italianistica, si trova in America da quasi vent’anni, prima alla New York University, ora a Harvard. «Qui nella nostra università lo studio per eccellenza riguarda gli affari. Come fare soldi sembra sia la principale preoccupazione di una parte significativa dei giovani che frequentano il college. In sostanza, rispetto a dieci o vent’anni fa, una percentuale più alta di chi si laurea a Harvard finisce a Wall Street invece che a fare ricerca scientifica, politica, giornalismo, arte. Per carità, c’è sempre tanta gente che preme per venire ad Harvard per il prestigio che dà. Ma ciò che attira le menti migliori, la nuova élite, sembra essere: imparare in fretta a trattare gli affari e poi trasferirsi nei centri della finanza internazionale».

Angela Boscolo Berto è una veneziana giovane e bella che insegna ad Harvard da un anno. «Sono stata fortunata: ho fatto la richiesta e sono stata ammessa. So di tanti che non ce la fanno», dice con la dolce cantilena dei veneziani. «Quello che mi piace di questo Paese è la meritocrazia. Sai che se lavori e fai bene, andrai avanti. Se invece ti impigrisci e non combini un granché, perdi tutto. Se vuoi che il tuo lavoro ti sia riconosciuto sia professionalmente che economicamente, devi sgobbare. Alle volte sono anche spietati. E ti spremono come un limone. Ma ti prendono sul serio, anche se sei una donna». Corriere della Sera.

Uso della lingua

non combinare un granché: non riuscire a realizzare molto
sgobbare: è un termine colloquiale che significa lavorare duramente
spremere come un limone: anche questa è un’espressione colloquiale che significa sfruttare al massimo

I professori dell’autoriforma

In un articolo bello e appassionato, lo storico Sergio Luttazzo loda gli insegnanti italiani che, al di là delle difficoltà, del basso stipendio, delle numerose e purtroppo spesso inefficaci riforme, continuano a insegnare bene. “Nelle scuole italiane ci sono anche professori – una minoranza, ma una minoranza significativa – che hanno imboccato o stanno imboccando un cammino differente. … Potremmo chiamarli, per semplicità, i professori dell’autoriforma …
Sono gli insegnanti che non fanno finta di niente. Che riconoscono eccome l’impatto epocale delle nuove tecnologie sulle modalità di trasmissione della conoscenza. Che si interrogano eccome sulla concorrenza di «agenzie educative» estranee agli ambienti della scuola tradizionale. Che si misurano quotidianamente (per fare un unico esempio) con l’evoluzione materiale e immateriale del concetto di “classico”. Che si pongono eccome, insomma, il problema di un digital divide culturale e antropologico oltreché generazionale. E che cercano di rimediare a questa separazione – di colmare il vuoto fra professori e studenti – attraverso una didattica innovativa nelle forme come nei contenuti.

Naturalmente, per fare questo gli insegnanti dell’autoriforma devono anzitutto trasmettere ai ragazzi qualcosa come un’epistemologia della Rete: il che corrisponde esattamente al buco più clamoroso dell’offerta didattica tradizionale. Nella lezione di italiano, qualunque professore di discreto livello insegna ai ragazzi un’elementare critica del testo. Nella lezione di fisica, qualunque professore insegna i requisiti minimi di un esperimento scientifico. Ma soltanto pochi professori italiani – indipendentemente dalla loro materia – insegnano ai ragazzi i criteri fondamentali di una navigazione in Rete. Come cercare le cose, e dove trovarle. Come distinguere fra siti autorevoli, siti attendibili, siti eterogenei, siti pericolosi. Come appropriarsi dei tesori di internet senza rubarli. Il Sole 24Ore.

Uso della lingua

eccome: è un avverbio che serve a rafforzare il verbo a cui si riferisce.
buco: in questo uso metaforico, significa vuoto, mancanza.

Lo stato dell’università Italiana

Teatro anatomico di Padova

In un’intervista al Corriere della Sera, Richard Horton, il direttore di “Lancet”, rivista scientifica inglese assai prestigiosa in ambito medico, si dichiara piuttosto ottimista sullo stato della ricerca nelle università italiane. Riportiamo qualche sua affermazione:
Dell’Italia nelle prime 50 università del mondo non c’è traccia e nelle prime 200 ce n’è una sola, Bologna (183). Che effetto le fa?
«Sono molto sorpreso. L’Italia fino a metà Ottocento era il centro della cultura in Europa, dell’arte si capisce, ma anche della scienza. Eravamo noi a venire a imparare da voi. Il nostro grande Harvey, che pose le basi della medicina moderna a partire dalla scoperta che il sangue circola, non ci sarebbe mai arrivato se non fosse andato a Padova. E non è stato il solo. A quei tempi e anche prima, chiunque aspirasse ad essere un medico di valore veniva a studiare in Italia».
Oggi si è perso tutto?
«Niente affatto. Dal mio punto di vista, che è poi quello di “Lancet”, l’Italia è ancora un Paese molto forte per la ricerca medica, quello che produce più lavori in Europa. Questo è un ottimo punto di partenza per creare da voi università e istituti di ricerca di prim’ordine». corriere della sera.

Uso della lingua

arrivare in questo caso significa riuscire.