Addio cultura umanista per i ragazzi non ha senso

Finita, esaurita, muta, forse non proprio morta e sepolta ma di sicuro messa in cantina tra le cose che non servono più: la cultura umanista sembra aver concluso il suo ciclo..
Finito, possiamo mettere una pietra sopra alla filosofia greca, alla potenza e all’atto, alla maieutica e all’iperuranio, alla letteratura latina, alla poesia italiana da Petrarca a Luzi, al pensiero cristiano e a quello rinascimentale, con le loro differenze e le loro vicinanze, ai poemi cavallereschi e agli angeli barocchi, all’idealismo tedesco e al simbolismo francese, a Chaplin e Bergman, Visconti e Fellini: è tutto precipitato giù per le scale buie della cantina. Questo scrive su Repubblica Marco Lodoli.

Ma non  è di questa opinione un’insegnante della campagna veneta che ribatte, “Ma il nostro lavoro è proprio questo. Loro (gli studenti) ci vedono come dei vecchi catorci insopportabili che raccontano di gente morta da secoli e pallosa. Sta a noi dimostrare che no. Fargli capire, fonti alla mano, che metà di quello che leggono oggi ha radici antiche: e allora via, prendere il testo di Harry Potter e fargli scoprire che il Basilisco non l’ha inventato la Rowlings, ma è il protagonista di una favola spietata e bellissima di Leonardo da Vinci; che Conan Doyle, quando inventava i racconti di Sherlock Holmes con Irene Adler (sì, quelli del film, avete presente?) copiava da un autore greco, Pausania. E poi leggere i Promessi Sposi, e costringerli, recitandoglieli come una commedia goldoniana, a prendere atto che sono divertenti, sono comici, pieni di colpi di scena e hanno un montaggio mozzafiato che dovrebbe essere studiato dagli sceneggiatori di telefilm.”
Invitiamo i nostri lettori a mettere a confronto questi due punti di vista e a leggere anche la discussione che ne è seguita e i commenti di insegnati e studenti. L’Espresso

Uso della lingua
mettere una pietra sopra: un’espressione idiomatica che significa dimenticare
catorcio: un oggetto vecchio e mal ridotto,  un rottame: Esempio: quella macchina è diventata un catorcio
palloso: un modo volgare ma molto comune tra i ragazzi per dire noioso.

Dacia Maraini a Harvard

La nota scrittrice Dacia Maraini sta scrivendo per Il Corriere della Sera una serie di articoli sugli USA, Boston e le sue università. Riportiamo i colloqui avuti con alcuni docenti di italiano di Harvard.

Il professore Francesco Erspamer, direttore degli Studi di Italianistica, si trova in America da quasi vent’anni, prima alla New York University, ora a Harvard. «Qui nella nostra università lo studio per eccellenza riguarda gli affari. Come fare soldi sembra sia la principale preoccupazione di una parte significativa dei giovani che frequentano il college. In sostanza, rispetto a dieci o vent’anni fa, una percentuale più alta di chi si laurea a Harvard finisce a Wall Street invece che a fare ricerca scientifica, politica, giornalismo, arte. Per carità, c’è sempre tanta gente che preme per venire ad Harvard per il prestigio che dà. Ma ciò che attira le menti migliori, la nuova élite, sembra essere: imparare in fretta a trattare gli affari e poi trasferirsi nei centri della finanza internazionale».

Angela Boscolo Berto è una veneziana giovane e bella che insegna ad Harvard da un anno. «Sono stata fortunata: ho fatto la richiesta e sono stata ammessa. So di tanti che non ce la fanno», dice con la dolce cantilena dei veneziani. «Quello che mi piace di questo Paese è la meritocrazia. Sai che se lavori e fai bene, andrai avanti. Se invece ti impigrisci e non combini un granché, perdi tutto. Se vuoi che il tuo lavoro ti sia riconosciuto sia professionalmente che economicamente, devi sgobbare. Alle volte sono anche spietati. E ti spremono come un limone. Ma ti prendono sul serio, anche se sei una donna». Corriere della Sera.

Uso della lingua

non combinare un granché: non riuscire a realizzare molto
sgobbare: è un termine colloquiale che significa lavorare duramente
spremere come un limone: anche questa è un’espressione colloquiale che significa sfruttare al massimo

I professori dell’autoriforma

In un articolo bello e appassionato, lo storico Sergio Luttazzo loda gli insegnanti italiani che, al di là delle difficoltà, del basso stipendio, delle numerose e purtroppo spesso inefficaci riforme, continuano a insegnare bene. “Nelle scuole italiane ci sono anche professori – una minoranza, ma una minoranza significativa – che hanno imboccato o stanno imboccando un cammino differente. … Potremmo chiamarli, per semplicità, i professori dell’autoriforma …
Sono gli insegnanti che non fanno finta di niente. Che riconoscono eccome l’impatto epocale delle nuove tecnologie sulle modalità di trasmissione della conoscenza. Che si interrogano eccome sulla concorrenza di «agenzie educative» estranee agli ambienti della scuola tradizionale. Che si misurano quotidianamente (per fare un unico esempio) con l’evoluzione materiale e immateriale del concetto di “classico”. Che si pongono eccome, insomma, il problema di un digital divide culturale e antropologico oltreché generazionale. E che cercano di rimediare a questa separazione – di colmare il vuoto fra professori e studenti – attraverso una didattica innovativa nelle forme come nei contenuti.

Naturalmente, per fare questo gli insegnanti dell’autoriforma devono anzitutto trasmettere ai ragazzi qualcosa come un’epistemologia della Rete: il che corrisponde esattamente al buco più clamoroso dell’offerta didattica tradizionale. Nella lezione di italiano, qualunque professore di discreto livello insegna ai ragazzi un’elementare critica del testo. Nella lezione di fisica, qualunque professore insegna i requisiti minimi di un esperimento scientifico. Ma soltanto pochi professori italiani – indipendentemente dalla loro materia – insegnano ai ragazzi i criteri fondamentali di una navigazione in Rete. Come cercare le cose, e dove trovarle. Come distinguere fra siti autorevoli, siti attendibili, siti eterogenei, siti pericolosi. Come appropriarsi dei tesori di internet senza rubarli. Il Sole 24Ore.

Uso della lingua

eccome: è un avverbio che serve a rafforzare il verbo a cui si riferisce.
buco: in questo uso metaforico, significa vuoto, mancanza.

Lo stato dell’università Italiana

Teatro anatomico di Padova

In un’intervista al Corriere della Sera, Richard Horton, il direttore di “Lancet”, rivista scientifica inglese assai prestigiosa in ambito medico, si dichiara piuttosto ottimista sullo stato della ricerca nelle università italiane. Riportiamo qualche sua affermazione:
Dell’Italia nelle prime 50 università del mondo non c’è traccia e nelle prime 200 ce n’è una sola, Bologna (183). Che effetto le fa?
«Sono molto sorpreso. L’Italia fino a metà Ottocento era il centro della cultura in Europa, dell’arte si capisce, ma anche della scienza. Eravamo noi a venire a imparare da voi. Il nostro grande Harvey, che pose le basi della medicina moderna a partire dalla scoperta che il sangue circola, non ci sarebbe mai arrivato se non fosse andato a Padova. E non è stato il solo. A quei tempi e anche prima, chiunque aspirasse ad essere un medico di valore veniva a studiare in Italia».
Oggi si è perso tutto?
«Niente affatto. Dal mio punto di vista, che è poi quello di “Lancet”, l’Italia è ancora un Paese molto forte per la ricerca medica, quello che produce più lavori in Europa. Questo è un ottimo punto di partenza per creare da voi università e istituti di ricerca di prim’ordine». corriere della sera.

Uso della lingua

arrivare in questo caso significa riuscire.

Il futuro delle facolta’ umanistiche in Italia

Dato che le facoltà umanistiche offrono poche opportunita’ lavorative, sarebbe il caso che alle facoltà umanistiche si iscrivessero in pochi, e non in tantissimi come succede oggi. Ma per motivi diversi, questa ragionevole conclusione è serenamente ignorata dallo Stato, dalle università e dagli studenti. Le ragioni sono varie. Da un lato, l’Italia vuole aumentare il numero dei laureati per colmare il suo divario rispetto agli altri paesi europei, e dal momento che un laureato in Filologia romanza pesa quanto un laureato in Ingegneria si lasciano iscrivere tutti, indipendentemente dalle proprie soggettive capacità e dalle oggettive possibilità d’assorbimento nel mondo del lavoro. Poi qualche santo sarà.
L’altra ragione è che la quota di finanziamento per ateneo è proporzionale al numero degli studenti.   Quindi è un pio desiderio immaginare che le facoltà umanistiche decidano motu proprio una politica di assoluto rigore, bocciando agli esami tutti quelli che meriterebbero di essere bocciati: è difficile che una corporazione (qualsiasi corporazione) scelga di suicidarsi.
Sarebbe utile creare una soglia, che limiti il numero di studenti che si iscrive alle facoltà umanistiche istituendo  un rigoroso esame d’ingresso che sia un esame selettivo, non un test orientativo.  E chi non la supera rimane fuori. Rimanere fuori a 18 anni non è una tragedia.  Se invece la soglia la si trova, insuperabile, a 24 o 25 anni, le cose sono infinitamente più difficili.   Il Sole24Ore.It

Uso della lingua

facoltà umanistiche: corsi di studio universitario focalizzati su materie umanistiche come: filologia, letteratura, storia, filosofia, storia dell’arte, ecc..
qualche santo sarà, pio desiderio: due espressioni idiomatiche di ispirazione religiosa che significano ” qualche santo aiuterà, a trovare una soluzione”, e un ” desiderio impraticabile (wishful thinking).
motu proprio: di spontanea volontà, 

11 settembre, cosa ne sanno i ragazzi italiani

A cento ragazzi dai 7 ai 20 è stato chiesto cosa sanno dell’11 settembre. Quasi tutti sanno cos’è successo, molti sono emotivamente coinvolti, qualcuno è indifferente. I più affascinati dalla teoria del complotto sono gli adolescenti.

Ecco alcune delle risposte degli intervistati.
1. E’ stata una disgrazia che ha segnato il declino degli Stati Uniti. ( luigi16)
2. Auto-attentato per giustificare la guerra in Iraq. (antonio 17)
3. Da allora il Mondo è diventato un posto peggiore per viverci e certamente non è tutta colpa dell’Islam. (giovanni18)
4. l’Occidente ha perso la maschera e ora forse sta per perdere tutto il resto. (paola19)
5. Boooo….. (caterina 10)
6. A scuola ce ne hanno parlato e fatto vedere i filmati di cosa sia accaduto quel giorno….mi hanno impressionato le persone che si buttavano nel vuoto e sapevano lo stesso di morire…e poi ci hanno detto che le persone sull’aereo telefonavano a casa per salutare per l’ultima volta i loro familiari…io non ce l’avrei fatta a parlarte, avrei pianto…. (sonia13) La Stampa.it

Uso della lingua

ha perso la maschera: “perdere la maschera” significa non nascondersi più, rivelare le proprie intenzioni
boooo!: ècun’espressione colloquiale molto comune, signica “che ne so!” (who knows, dunno.)
ce l’avrei fatta: “farcela” signifiica riuscire in qualcosa. In questo caso l’intervista dice che “non ci sarebbe riuscita”.

Il futuro della moda è qui

In questo articolo il giornalista di D-La Repubblica intervista Colomba Leddi, direttrice del triennio di Fashion Design della Naba (Nuova Accademia di Belle Arti) di Milano, per sapere in che direzione andrà la moda e  chi sono i giovani studenti che saranno gli stilisti di domani.
Secondo la Leddi si sta assistendo in questi anni ad una grande rivoluzione nella moda  “In meno di tre anni ben due first lady hanno deciso di vestirsi low cost: seguendo l’esempio di Michelle Obama anche Kate Middleton, moglie del principe William d’Inghilterra, ha posato in occasioni ufficiali con vestitini di Zara o simili.” Un segnale chiaro che la moda non è più o non soltanto per un’elite ma è più vicina ai gusti della dalla gente comune. 
Gli studenti della Naba che studiano la moda  sono in aumento e non sono piu’ solo italiani.  Molti studenti provengono dall’Est europeo e molti sono cinesi. Mentre gli studenti italiani hanno un senso estetico già sviluppato e un gusto innato per abbigliamento,  quelli dell’est europeo hanno una bella energia creativa, una buona tecnica  e sono più liberi degli studenti italiani dai vincoli di gusto e di estetica dominanti.  I ragazzi cinesi, sopratutto quelli di seconda generazione, hanno sviluppato un interessante miscuglio di precisione e rigore cinesi e cultura italiana.
Secondo la Leddi i clienti di oggi sono più attenti, più sgamati,  meno condizionati dalla pubblicità o dai canoni estetici.  Sanno mischiare capi di qualità con capi low cost. Si sentono più  liberi  di scegliere cosa comprare e quanto investire. In quanto alla distribuzione  la tendenza futura sarà di comprare alla fonte.  Gli stilisti famosi si cimenteranno nell’industria low cost e perfino  le testimonial cambieranno. Le future testimonial saranno “le donne incontrate per la strada, libere da stereotipi e che mischiano vestiti come meglio credono.”
Insomma lo sguardo degli appassionati di moda ormai è sulla strada, sulla gente vera e sta ai giovani stilisti leggere e interpretare  le nuove tendenze.
D- La Repubblica

Uso della lingua

Sgamato: è un’espressione gergale romana che indica una persona che sa il fatto suo, che non si fa imbrogliare. Deriva da sgamare, che significa scoprire, soprattutto scoprire un imbroglio. (to suss out)

Esame di maturità, …e poi?

Tabelloni con i voti della maturità (Fotogramma)
È appena partito in tutta Italia l’esame di maturità, l’esame cioè che conclude il ciclo degli studi secondari. Questo articolo del Corriere descrive una ricerca condotta da Almalaurea sulle scelte dei ragazzi italiani dopo la fine degli studi scolastici.

Un diploma, e poi?   Quasi metà dei maturi smette di studiare
Almalaurea scatta una prima foto di gruppo, con l’intento di verificare le scelte post diploma dei nostri ragazzi. Quanti proseguono gli studi, quanti lavorano, cosa sceglie chi ha frequentato il liceo, e così via. Ebbene, su cento studenti, l’undici per cento cerca un impiego ma non lo trova. Il 23,6 per cento non studia e si è messo a lavorare, almeno per il momento. Un cinque per cento non fa né l’uno né l’altro, anzi non lo cerca proprio il lavoro, si è messo in standby.
LICEALI – Con il liceo, la strada è quasi segnata: il settanta per cento di quelli che hanno frequentato classico, scientifico e quant’altro, proseguono gli studi all’università, mentre il 22 per cento è studente-lavoratore. La percentuale scende se si considerano i diplomati degli istituti tecnici: il 51,6 per cento si iscrive all’università. Precipita al 21,4 per cento con i diplomati negli istituti professionali. Ma, naturalmente, a un anno dal diploma, hanno già un impiego: il 53 per cento dei giovani usciti dai professionali, il 28 per cento dai tecnici e solo il 4 per cento dei licei. Certo, i ragazzi dei professionali sono quelli che più di altri risentono della crisi economica: ben il 25,6 per cento di loro sono disoccupati in cerca di lavoro. Tanti sono anche i diplomati dei tecnici senza un impiego: il 19,7 per cento.
Corriere.it

Uso della lingua
maturi: gli studenti che hanno superato l’esame di maturità.
quant’altro: un’espressione entrata in voga in tempi recenti che significa più o meno “..e cose simili”. Sull’uso dilagante di espressioni di questo tipo vedere l’articolo del Corriere della Sera, SOS Lingua. 
Liceali: sono gli studenti dei licei. 

Informazioni culturali

Almalaurea:  un’organizzazione gestita da un Consorzio di Atenei (sinonimo di università)  Italiani con il sostegno del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, il cui scopo è di mettere in relazione aziende e laureati. 
Liceo, istituto tecnico, istituto professionale: sono le tre tipologie dell’ attuale scuola secondaria italiana.
I voti della maturità in Italia sono pubblici.


Lettera aperta sulla scuola

Tra le varie iniziative del Salone del Libro di Torino vogliamo portare all’attenzione dei nostri lettori l’appello lanciato da alcune  delle maggiori case editrici  italiane in difesa della scuola pubblica italiana.
Tra i firmatari Rizzoli, Feltrinelli, Giunti e Sellerio. In prima fila, Giuseppe Laterza, presidente della casa editrice omonima.

La  campagna che si chiama “Prendiamo sul serio il nostro futuro” è una risposta 
 all’indifferenza con cui la società italiana ha trattato la scuola pubblica da sempre ma anche una risposta
al presidente del Consiglio Berlusconi che ha lanciato un attacco alla scuola pubblica sostenendo,  pochi mesi fa, che “inculca principi sbagliati”.  Ecco uno stralcio della lettera aperta: ” la scuola pubblica statale è luogo del pluralismo, affidato a docenti reclutati in base alla propria professionalità e non alle convinzioni politiche, alle fedi religiose o all’appartenenza a qualsiasi gruppo o associazione o categoria. ..Nella scuola pubblica statale bambini e ragazzi di diversa estrazione sociale imparano ad apprezzare la diversità. Nella scuola pubblica statale il patrimonio culturale della famiglia entra in contatto in modo fertile con quello di altre famiglie.
Questa è la missione della scuola pubblica statale diversa da ogni altra istituzione formativa, che legittimamente si proponga altre finalità a partire da una visuale parziale della cultura, della religione, della società, dell’economia. Se, infatti, è un diritto di ogni famiglia mandare i propri figli a scuola solo insieme a chi condivide la stessa visione del mondo (la libertà di insegnamento è infatti riconosciuta dall’articolo 33 della Costituzione), per il benessere della società nel suo insieme è conveniente e auspicabile che la grande maggioranza dei cittadini abbia una formazione comune ispirata ai valori del pluralismo e della Costituzione.

La Repubblica

Notizie culturali

Scuola pubblica: la scuola pubblica italiana è amministrata dal Ministero della Pubblica Istruzione, mentre l’università dal Ministero dell’Università e della Ricerca.  La scuola pubblica è gratuita e obbligatoria fino a 16 anni di età.  I programmi scolastici (curricula) sono nazionali e sono stabiliti dal Ministero della Pubblica Istruzione (MPI).

 

Don Milani un ribelle obbediente.

Cogliamo l’occasione della lettera al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano scirtta dai “ragazzi” oggi nonni di Barbiana, per ricordare ai nostri lettori la figura di Don Lorenzo Milani, un prete fiornetino che tra il 1954 e 1967 anno della sua morte diede vita, nella piccola comunità di Barbiana, sperduto paesino di montagna nel Mugello, ad un progetto educativo molto innovativo espressamente rivolto alle classi popolari.
Opera fondamentale della scuola di Barbiana è  il libro “Lettera a una professoressa” del 1967, in cui i ragazzi della scuola, insieme a Don Milani, denunciavano il sistema scolastico ed il metodo didattico che favoriva l’istruzione delle classi più ricche (i cosiddetti “Pierini”) lasciando la piaga dell’analfabetismo su gran parte del paese. 
Fu Don Milani ad adottare il motto “I care”, letteralmente “m’importa, ho a cuore” (in dichiarata contrapposizione al “Me ne frego” fascista), motto che inseguito è stato adottato da numerose organizzazioni religiose e politiche. Questa frase scritta su un cartello all’ingresso riassumeva le finalità educative di una scuola orientata alla presa di coscienza civile e sociale.   Altre esperienze di scuole popolari sono nate nel corso degli anni basandosi sull’esperienza di Don Lorenzo e sulla “Lettera a una professoressa”.
Oggi,  Don Milani è salito alla ribalta della scena italiana e sia l’uomo che il suo lavoro, dopo anni di silenzio, sono stati ampiamente rivalutati.
Il programma della RAI “La storia siamo noi” ha dedicato recentemente una serie di puntate a questo personaggio intitolandole “Don Milani un ribelle obbediente” con un interessante ricostruzione della vita del sacerdote che vi invitiamo ad ascoltare. Contemporaneamente è andato in onda un film con Sergio Castellitto prodotto per la TV in due parti di 100′ l’una.

Uso della lingua

Pierini: in italiano con questa parola si intendono i “primi della classe” magari anche un po’ secchioni (nerds).
Salire ala ribalta: è un’espressione del mondo dello spettacolo che significa “andare in scena” ovvero “diventare celebre”